Le parole, si sa, hanno un peso. E quando a pronunciarle è un ex capo di stato, anche a distanza di tempo, il loro eco può generare una reazione a catena. Le recenti dichiarazioni di Mariano Rajoy sulla nazionale francese, secondo cui “non ci sono giocatori francesi”, hanno riacceso un dibattito antico quanto il calcio moderno: quello sull’identità nazionale in un contesto sportivo sempre più globalizzato. La risposta di Parigi, che ha bollato le affermazioni come “razziste”, evidenzia la sensibilità e la complessità di una questione che valica i confini del campo da gioco.
Analizzare la frase di Rajoy significa non solo condannarne la superficialità e, sì, la connotazione xenofoba, ma anche comprendere quale meccanismo mentale si attivi nel percezione di una squadra nazionale. Cosa significa, oggi, essere “francese” o “italiano” in maglia azzurra o bleu? La narrazione storica, figlia spesso di una visione romantica e un po’ anacronistica, vedrebbe il calciatore come puro prodotto della terra natia, senza contaminazioni. Eppure, la realtà è ben diversa, e lo è da decenni.
La nazionale francese, vincitrice del Mondiale 2018 e vice campione del mondo nel 2022, è l’emblema di questa realtà multietnica. Guardando la rosa, è indubbio che molti dei suoi talenti abbiano origini africane o delle Antille. Kylian Mbappé, N’Golo Kanté, Ousmane Dembélé, e potremmo continuare la lista, sono tutti cittadini francesi a tutti gli effetti, nati e cresciuti in Francia, spesso formati nelle accademie calcistiche del paese. Hanno scelto, con il cuore e con le regole FIFA, di rappresentare la Francia. Definirli “non francesi” significa ignorare la loro storia personale, la loro cittadinanza e, in ultima analisi, sminuire il loro senso di appartenenza.
L’Italia e lo Stesso Dibattito (Sottotraccia)
Non pensiamo che questo dibattito sia solo francese. Anche in Italia, la questione identitaria emerge periodicamente, seppur con toni meno eclatanti. Quante volte abbiamo sentito commenti (magari non pubblici, ma nei bar o sui social) su giocatori che, pur avendo acquisito la cittadinanza italiana e difendendo con onore la maglia azzurra, vengono ancora etichettati come “oriundi” o “stranieri”? Dalla “valigia di cartone” di Sivori, all’oriundo Italo-argentino, Italo-brasiliano, Italo-peruviano, il dibattito si ripropone. Il caso di giocatori come Jorginho o Emerson Palmieri, brasiliani di nascita ma pilastri della nostra Nazionale vincitrice dell’Europeo 2020, ne è un esempio lampante. Sono profondamente integrati nel calcio italiano, vivono e lavorano qui da anni, hanno scelto di rappresentare i colori azzurri. Mettere in discussione la loro “italianità” in campo è un esercizio sterile e controproducente.
Il calcio, in questo senso, è un microcosmo della società globalizzata. I flussi migratori, la mescolanza di culture e la permeabilità dei confini nazionali sono processi inarrestabili. Le nazionali di calcio sono il riflesso di questi cambiamenti, mostrando al mondo un volto composito e dinamico. Pretendere purismo etnico significa voler fermare il tempo, negare l’evoluzione sociale e sportiva.
Le parole di Rajoy non sono solo un’offesa alla nazionale francese, ma un attacco ai valori di inclusione e meritocrazia che dovrebbero essere alla base dello sport. In un mondo in cui il talento non ha passaporto, e la passione per un colore o una bandiera può nascere indipendentemente dal luogo di nascita dei propri avi, liquidare un calciatore con un’etichetta così riduttiva è miope. Il campo da gioco è l’arena in cui si esprimono le abilità, la dedizione e lo spirito di squadra. E se un calciatore, indipendentemente dalle sue origini, sceglie di dare il massimo per la maglia che indossa, allora è pienamente meritevole di rappresentare quella nazione. Tutto il resto è un rumore di fondo che distrae dalla bellezza e dall’essenza del gioco.