Le Olimpiadi di Tokyo 2020 (svoltesi nel 2021) rimarranno scolpite nella memoria collettiva italiana come un trionfo senza precedenti, con la figura di Gianmarco Tamberi che svetta, letteralmente, tra le icone di quella spedizione. La sua vittoria nel salto in alto, condivisa con il qatariota Barshim, è stata un’esplosione di talento, resilienza e passione. E la frase “Tamberi si nasce” racchiude perfettamente l’idea di un dono innato, di una scintilla che pochi eletti possiedono. Ma il calcio, e in particolare la Nazionale italiana, ci ricorda che, se è vero che il talento individuale è fondamentale, una “squadra vincente si costruisce”. E questa dicotomia, lungi dall’essere una contraddizione, offre spunti preziosi per capire il percorso degli Azzurri.

Il calcio, per sua natura, è uno sport collettivo. Non esiste un “Tamberi” del calcio che da solo possa ribaltare le sorti di un’intera competizione. Certo, abbiamo avuto fuoriclasse come Roberto Baggio o Francesco Totti, capaci di accendere la fantasia e risolvere partite con giocate individuali geniali. Ma anche loro, per alzare trofei importanti, hanno sempre avuto bisogno di un contesto, di un sistema, di compagni di squadra che operassero in perfetta sinergia.

Il parallelismo con la recente storia della Nazionale è illuminante. Dopo la delusione della mancata qualificazione ai Mondiali 2018, il percorso intrapreso da Roberto Mancini ha dimostrato proprio questo: la costruzione metodica, quasi artigianale, di un gruppo coeso e affamato. Non c’erano, sulla carta, “Tamberi” evidenti, giocatori unanimemente riconosciuti come i migliori al mondo nei loro ruoli. C’erano piuttosto elementi di grande valore, spesso sottovalutati, che hanno trovato nella gestione Mancini la loro piena espressione. Il segreto è stato creare un ambiente dove il singolo potesse esprimere il proprio talento all’interno di un meccanismo perfetto, dove ogni ingranaggio fosse consapevole del proprio ruolo e dell’importanza del compagno.

Dall’Individualità al Collettivo: La Lezione Azzurra

La vittoria agli Europei 2020 è stata la consacrazione di questa filosofia. Non è stata la vittoria di un singolo fenomeno, ma il trionfo di un’idea di calcio basata su compattezza, pressing, coralità in fase offensiva e un legame umano profondo tra i giocatori. Si è data fiducia a giovani promettenti, si sono recuperati giocatori dati per finiti, si è plasmato un gruppo che ha saputo soffrire e godere insieme. In quel contesto, anche i “Tamberi” in potenza, ovvero i giocatori con maggiori doti tecniche e talento cristallino, hanno brillato ancora di più, proprio perché inseriti in un contesto che li valorizzava e li proteggeva.

Oggi, con Spalletti al timone, il processo di costruzione continua. Ci sono nuovi volti, nuove sfide, la necessità di affrontare un ricambio generazionale senza perdere l’identità vincente. La lezione è sempre la stessa: un campione, per quanto talentuoso, resta un individuo. Una squadra vincente è un organismo complesso, che richiede tempo, dedizione, sacrifici e la capacità di far emergere il meglio da ogni singolo componente. Non basta avere un “Tamberi” in rosa, bisogna metterlo nelle condizioni di poter saltare più in alto, supportato da un’intera struttura che crede nel suo obiettivo e lo sostiene.

Le qualificazioni ai prossimi grandi tornei e le amichevoli internazionali sono banchi di prova fondamentali per continuare a “costruire”. Ogni partita, ogni allenamento, ogni scelta tattica è un mattone che si aggiunge all’edificio. E i tifosi, attenti osservatori, sanno che il talento puro è un dono, ma la vittoria finale è il risultato di un lavoro di squadra incessante. E in questo, l’Italia ha dimostrato di avere le idee molto chiare.